CON UN LEGGERO SCINTILLAR DI STELLA

di MusicAttiva

Amore estremo di madre
Suor Angelica





Puccini tocca il cielo caratterizzando una mamma. Gioiello minuto d'organico e voci tratto da una vicenda esilissima narrata in soli tre mesi da Giovacchino Forzano, Suor Angelica eleva il suo autore ad una spirituale arditezza. Un'invenzione drammatica singolare accosta in tessere legate da temi ed incisi ricorrenti la tragedia d'una maternità negata, d'un baratro raggiunto e sfuggito per virtù della Grazia.

Il figlio «veduto e baciato una sol volta», indimenticato persino nella cristallina serenità del chiostro, dopo sette anni torna in forma di angoscia già nell'annuncio della visita che turba improvvisamente un'atmosfera fatta di rintocchi, preghiere, frizzi gentili tra chiare voci muliebri. L'evocazione del bambino, tenebrosa, inquietante, s'impone d'un tratto attraverso l'algida altezzosità della Zia Principessa che, giunta per escludere la nipote dall'eredità, ne comunica la morte. «Suor Angelica ha sempre gli occhi volti al cielo, immobile come se tutta la sua vita fosse sospesa.» la didascalia descrive.

Ossimoro del moralismo e della vera cristianità, l'aristocratica orgogliosamente intatta condanna alla sofferenza inestinguibile ed al suicidio la giovane congiunta colpevole solo di un purissimo amore mortificato.

Ma è peccato mortale il deliquio di una donna sfortunata, vittima della sua stessa famiglia? Ella, che usa la perizia conquistata nella manipolazione delle erbe per distillare il veleno con cui fuggire una sorte odiosa, è salvata dalla pietà della Madre Celeste che tutto conosce e comprende.

Angelica, che ha già espiato con virtuosa rassegnazione, cerca nella lontananza, nella sottrazione delle cure, la causa dell'inspiegata perdita. Come sedata, in una nenia atona si macera nel rimorso: è stata la mancanza dei baci a scolorire «fredde fredde» le labbra mai carezzate e penosamente agognate, le manine incrociate sul petto, a chiudere «gli occhi belli». Si accalora nel misurare la quantità d'amore che il figlioletto non ha potuto avere, tornando umiliata, calpestata, alla spenta condizione di «questa tua mamma».

La consolazione è nel delirio in un luminoso fa maggiore sostenuto da liquidi arpeggi: ora l'angioletto può finalmente vederla. Lo sente attorno a sé, sceso saltellando da un firmamento brillante, giocare con lei, coccolarla con la più vivace delle tenerezze, attuale, carne e pelle dolcissima, gote di nuovo rosate. Poi, rassicurata nell'allucinazione, la suora ascende con tutta l'anima per reiterare, disperata, attonita, quel contatto per sempre nella morte. Vezzeggia la «creatura bella», ché la raggiunga, le parli attraverso «un leggero scintillar di stella» con cui melodicamente s'identifica in mezzo a tremoli remoti, mentre l'orchestra replica il disegno etereo di quarta e quinta. Spegne pian piano l'invocazione su un triplice «amor!» che disperde all'acuto, sui doppi accordi ripetuti a più registri.

Rapida la confezione del tossico, dagli «amici fiori» benedetti, e subitanea, tuttavia, la coscienza dell'errore e la preghiera che la redime. E' la Madonna tra uno stuolo d'angeli che ne celebrano la maternità, a condurle per mano il piccolo, perché la porti con sé in Paradiso.