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UNA BELLEZZA CHE PROROMPE
di Carola De Leonardis
Racconto d'arte e serenità


E' stato qualcosa di inaspettato e mi va di scriverne perché per raccontare di bellezza a volte le parole non sono sufficienti, la loquela può languire, peccare di verbosità, può diventare lei stessa, la loquela, termine di considerazioni, spunto e soggetto di lungo divagare, ed eludere la funzione di espediente… già mi sono smarrita al solo volerne parlare… della bellezza intendo, attraverso la loquela. Questa declamazione in sé mi farà già perdere il filo.
Per mio padre la vacanza è sempre stata italiana, forse perché non c'è più grande gioia se non quella di riscoprire le bellezze della propria terra. Constatare che poi la terra in cui sei nato ne è ricca dà un senso di requie al cuore che solo il vino potrebbe equiparare. Allora se vacanza dev'essere che vacanza sia.
Andiamo in Sardegna per 10 giorni, in un piccolo albergo di poco conto ma senza limiti di sorta, con un'Audi che malvolentieri mio padre avrebbe lasciato a casa, nuova di pacca, e con quello che occorre per non far nulla e potenzialmente cimentarsi in tutto.
Quando si parte con qualcuno, in funzione di chi questa persona sia, porto con me delle cose. Ad esempio mio padre pecca di gola, è uno scellerato, ed è puntualmente afflitto da lancinanti sensi di colpa, dunque, per lenire le piaghe della sua coscienza gioca a tennis con tutta la foga che ha in corpo… dunque 2 racchette, leprince 03, le porto di certo. Divento il mirino del suo sfogo. 2 tennisti in Italia in agosto trovano la loro alchimia con il territorio sempre e ovunque. In talune situazioni il tennis si rivela un gran passepartout per l'accesso a certe nicchie sociali di estremo interesse che la vacanza in sé, magari, non avrebbe contemplato.
Mangiamo ad Alghero, alle 22, dopo la prima giornata di mare ed un pomeriggio passato senza che nessuno dei due avesse sentito la presenza dell'altro, altresì senza averne il bisogno. Inappetenti ma finalmente prolissi ed ebri su quello che fino ad ora la vita mi ha riservato, una rendicontistica dettagliata ed adorna delle più colorite osservazioni, le prospettive dei miei 25 anni, mai banali e mai poco ponderate in connubio con le anticipazioni di una vita arcana come quella vissuta ad ora da papà.
Ad ogni cena con lui, in vacanza, scopro qualcosa di nuovo… i genitori vanno vissuti ciascun per volta, presi singolarmente, perché assieme c'è sempre quello dei 2 che cerca di prevaricare l'altro come per una innata propensione a ritenersi IL GENITORE. Consumata una cena esigua ma cara, cominciamo ad errare per il paese. Alghero è piccola davvero, e tutto il folclore che si può immaginare si consuma tra vetrine di Antonio Marras ed oreficerie tipiche che producono filigrana e lavorano il corallo. Il camminare diventa un districarsi attoniti in una folla di stranieri euforici e trastullati, facinorosi e gai, non per questo fastidiosi. Io mi soffermo sulle vetrine per deformazione personale di donna, mio padre no.
Il paese architettonicamente piange, e te ne accorgi al mattino quando non ci sono lumi capaci di camuffare un'aria così
decadente e polverosa. Veniamo a fare 2 compere dopo il tennis e mangiamo in centro. Mangiamo con Ingrid e Raffaele, una coppia di professori che ho persuaso con i miei discorsi sulla casba del dì precedente. Li ho trovati al circolo prima che fosse pronto il campo, ed in poco tempo li abbiamo ereditati come piacevoli compagni di viaggio e ciceroni di una terra per loro ormai nota.
Pranziamo in 4 in un café. Io divento in breve l'oggetto della conversazione, per mano mia d'altronde, ed in breve me ne pento, ma è qiesta la peggiore delle abitudini che ho. Parliamo con Ingrid come interlocutrici abituali, inevitabilmente del vegetarianesimo, dell'apertura mentale che questo sottende, della solitudine, di Hermés e di Marras. Mio padre mi adora in queste vesti da intrtattenitrice, stima considerevole lo sforzo che compio per permettergli di deglutire i suoi bocconi in pace, eludendo per una buona mezz'ora la conversazione. Mio padre non me lo ha mai detto, ma riconosco nel suo sguardo un'ammirazione silente e ragionata. Mi ritiene un trofeo, spesso anche nei miei più conclamati fallimenti.
Al café mi sento esausta di quel caldo e di tutto quello sproloquio. L'ultima occhiata veloce prima di andare a Caprera, dove Ingrid ha trovato un appartamento anche a noi… «Male che va, lì abbiamo dei bei campi se non dovesse bastarci la vela» dice lei che ha l'abitudine di approdarvi tutte le estati da Torino.
Il centro ora è deserto e mio padre entra in un negozio di pietre e coralli. Ingrid sorride compiaciuta con il Raffaele che è taciturno ma profondo e nelle movenze del grugno dice che ha tanto da dire.
Io entro con lui anche se comprare le pietre da tenere in un sacchetto non è proprio una costumanza di mio padre, ma la avallo ugualmente. Poi il tipo ci dà indicazioni su un artigiano locale, sotto richiesta di mio padre. Professionista tutt'altro che ameno questo. Lavora a casa, ha un terrazzo da favola apparecchiato per la stagione, e la casa è spartana, senza infissi né intonaco, solo colma di un cumulo di oggetti e contenitori d'ogni sorta. Ha il suo perché ma è certo non più che una dimora saltuaria.
Noi invadiamo quella veranda velata e ventosa, svaligiamo il frigo di questo insolito soggetto arso dal sole, bruno e fascinoso. Papà, Ingrid e Raffaele si accomodano dopo che mio padre ha preso veloci accordi con l'artista che credo debba farci delle collane da portar via, o altro, forse per spender meno. Non so cosa abbia indotto papà a venir qui.
L'artista, Guido, mi chiede della mia vita intanto, mentre intrica un cumulo di coralli attorno ad un turchese. Io parlo della pittura perché intorno vedo delle tele. Come un artista che così voglia definirsi, nella sua genialità avrà per certo provato almeno una volta nella vita a cimentarsi nelle arti visive. Dipingendo anch'io, gli argomenti
non mancano. Mi chiede del perché io dipinga cani. Gli spiego che è il mio modo di iperscrutare in questi una guisa di umanizzazione che credo propria dei nostri tempi.
Lui non sa dare una forma alle sue opere e questo credo sia sintomatico di un'ipersensibilità dell'essere, di una vera percezione non contaminata da tare e pregiudizi… glielo esterno perché non so tenermi un cecio in bocca. Ammiro l'astratto ma non so farlo mio in pittura.
Inizio ad esser stufa di star lì a parlare mentre lui disfa e rifà quel groviglio di coralli e turchesi… è sempre quello, lo vedo incerto a tratti poi spedito. Poi d'un tratto partorisce una rosa dai colori pastello, melensi, languidi. Immagino che vorrà montarlo come ciondolo, e già credo che perderà l'immacolata bellezza che sino ad ora è riuscito a dargli.
Attorno ad un accattivante occhio di turchese viaggiano filari di coralli rosa e rossi delle forme più svariate, che nell'insieme appaiono compelmentari: sono avvitate su piccole e singolari boccole d'oro da apparire come incastonate. Si allontana e penso che in tutto questo tempo, però, ha fatto solo quello. Un magnifico gioiello, ma chissà quanti doveva farne ancora… se quello era per mamma, ancora uno per nonna e poi a finire, con tutto quel corallo.
Adesso torna con in mano una fascia elastica nera, mi prende le misure del polso e monta la rosa su quella polsiera, saldamente e con maestria, al punto che credo sia una sua iniziativa. Lusinghevole, indubbiamente, ma m'imbarazza.
Tutti smettono di parlare. Guido dice, rivolgendosi a me: «Tuo padre mi ha detto: queste sono le pietre che ha scelto mia figlia… si ispiri a lei. Ci faccia 2 chiacchiere e vedrà che le viene in mente. » Dunque eravamo lì per questo, solo per me, perché lui concepisse un gioiello speciale per me.
Guardo mio padre che è un discreto cronico. La sua timidezza malcelata mi guarda dalle sue gote rosse… ha l'alibi del caldo, poi dice: «Beh, è bello no? Come bellezza è prorompente davvero! Ti piace? »
Se mi piace? Credo sia stato l'unico espediente capace di lasciarmi senza parole, il più bel souvenir di una vacanza appena iniziata, regalatomi dall'uomo più importante della mia vita e concretizzatosi
attraverso l'arte in un gioiello da polso. Cosa dire? Se non che avrei volentieri pianto dalla commozione e da quanto ero lusingata da quel gesto inaspettato? (che aveva poi coinvolto tutti i commensali del pranzo appena conosciuti) E che mi sentivo la più importante delle donne del mondo in quel frangente, oggetto di una casta e mera ispirazione…
«Si papà, è magnifico… grazie di cuore! »

Finalista al Concorso Internazionale d'Arte e Cultura "Giuseppe Gioachino Belli" XXI Edizione anno 2009

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